L'esterno della Banca D'Italia 23 dicembre 2013 a Roma 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Ora il re è nudo senza più “sistema”, il credito italiano deve ristrutturarsi

Il crollo delle banche in Borsa crea nell’opinione pubblica il senso di una crisi sistemica, anche se banchieri e Bankitalia ripetono ossessivamente che i nostri istituti sono solidi, attribuendo le maggiori responsabilità al trattamento discriminatorio di Bruxelles. Nessuna banca sta crollando: valgono solo di meno sul mercato perché fanno pochi utili. È invece iniziata la drastica ristrutturazione del sistema bancario, per troppi anni procrastinata, che la crisi economica e lo scenario di deflazione hanno reso palese. Saranno tardivi, incerti, e a volte goffi, ma gli interventi del governo vanno nella giusta direzione.

Il decreto sulle risoluzioni bancarie responsabilizza chi le gestisce, eliminando la garanzia implicita di una soluzione “di sistema”, orchestrata da Bankitalia, in caso di dissesto. Un sistema che aveva solo sommato debolezze. Si scopre, per esempio, che la Popolare di Vicenza, eletta a banca aggregante, era invece in dissesto e aveva finanziato la crescita incentivando i depositanti a sottoscrivere il suo capitale. Esattamente come la meteora della Popolare di Lodi di Fiorani, finita male e “aggregata” dal Banco Popolare (oltre a Finleasing, finita male); ora, a sua volta in procinto di essere aggregato. Molte altre banche, oggi deboli, sono nate da soluzioni “di sistema”. Per facilitarle, con spartizione di poltrone annessa, si è perfino riformato il diritto societario, introducendo il “duale”, adesso ripudiato. Un sistema che ha permesso a pochi interessi di comandare con pochi capitali, trovando nella moral suasion di Bankitalia un’utile sponda; gradito a banchieri, interessi locali e potere politico, ma anche a imprenditori che spesso hanno goduto di finanziamenti facili e occhi indulgenti. Gli interventi del governo per la conversione delle popolari, l’aggregazione delle cooperative e l’accordo per la diluizione delle fondazioni nelle banche sono dunque cruciali. Vanno ora perseguiti con determinazione.

Il risiko delle popolari assomiglia invece a un negoziato vecchio stile per spartire poltrone e influenze. Ma la trasformazione in Spa non doveva servire a chiedere aumenti di capitale sul mercato al fine di lanciare offerte, anche ostili? Gli investitori esteri farebbero la fila per sottoscriverli. Il “problema Mps” non dovrebbe esistere: il prezzo stracciato di Borsa sconta già una forte svalutazione dei crediti. Perché allora nessuna delle banche “aggreganti” lancia un’Opa? Potrebbe comprare in saldo, svalutare i crediti deteriorati e cederli sul mercato, far fronte alle perdite convertendo il debito subordinato in azioni (il prezzo del subordinato già lo sconta, avendo perso il 50%) e ricapitalizzando il nuovo gruppo con un aumento che gli istituzionali sottoscriverebbero. Non lo si fa perché il comando andrebbe a investitori interessati solo all’efficienza e al profitto: addio poltrone e influenze. Il governo dovrebbe favorire esplicitamente le offerte, anche ostili, e i capitali esteri; e garantire che l’Accordo con le fondazioni venga recepito nella sostanza e nello spirito. Qualche dubbio è legittimo, vedendo fondazioni che si spostano dalla banca conferitaria a una popolare, dove puntano a contare di più.

Il decreto sulla risoluzione delle 4 banche, con la drastica svalutazione delle sofferenze, a prescindere da come e chi lo abbia deciso, ha avuto il merito di costringere i banchieri a fare finalmente i conti con la realtà: il valore dei loro attivi è inferiore a quello di bilancio. Un problema chiaro fin dal 2010, come da allora ho più volte documentato su queste colonne. Se l’obiettivo della bad bank era quello di risolvere il problema delle sofferenze, scaricandole sul contribuente, il recente decreto (di fatto una cartolarizzazione) non risolve il problema. E meno male. La garanzia di stato sulla tranche senior permette di contenere la minusvalenza da cessione del credito, e promuove il mercato degli Abs. Un piccolo passo, ma utile. Le banche sono state sempre riluttanti a cedere i crediti deteriorati sul mercato per limitare gli aumenti di capitale ed evitare il rischio fusioni: altrimenti addio poltrone e potere.

Lo spauracchio delle perdite per i risparmiatori, oggi, è strumentale. Al massimo ci rimetterebbero i creditori subordinati, che in molti casi hanno già perso (vedi Mps). La direttiva europea sulla risoluzione bancaria è del maggio 2014: quasi due anni, ma nessuna banca ha avvertito i risparmiatori dei rischi o ha lanciato un buy back. Forse perché il vizio di prendere i risparmiatori “a bond in faccia”, con la connivenza di Bankitalia e Consob, era una prassi consolidata.

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