L’inutile polemica sullo “zero virgola” che condiziona i conti pubblici

Le discussioni sui decimi di punto del rapporto deficit/Pil, e la rilevanza che viene attribuita a questi numeri nelle valutazioni di politica economica e dall’opinione pubblica, mi fanno sorridere. Perché si basano su previsioni di crescita e inflazione con margini di incertezza tali che sarebbero inaccettabili in tanti altri campi: basta confrontare i dati macroeconomici del passato con le previsioni dell’epoca per capirlo. Nel caso dei conti pubblici c’è un’ulteriore incertezza poiché bisogna stimare anche la reazione futura di imprese e famiglie ai cambiamenti di imposte e spesa. Così, la probabilità che nel 2017 il rapporto deficit/Pil si discosti significativamente (per eccesso o per difetto) dallo zero virgola su cui si accentra il dibattito sulla politica del governo è estremamente elevata. Senza contare che il famoso limite al deficit del 3% stabilizzerebbe nel tempo il rapporto debito/Pil se la Bce centrasse l’obiettivo del 2% di inflazione e la crescita media fosse il 3%: anche ammettendo che questa sia stata la vera ragione per stabilire il limite del 3% nel Trattato, si basa su ipotesi economiche oggi non più valide.

Perché numeri con una valenza statistica ed economica così bassa, vengo presi così seriamente? Perché sono diventati un mero strumento politico: di pressione sui governi, per Bruxelles; di dibattito, per i partiti; e di comunicazione all’opinione pubblica, per il governo. Uno strumento efficace, che però impone un costo enorme al Paese e fa perdere di vista il piano strategico che tutte politiche economiche dovrebbero perseguire. In un bel articolo sul Financial Times del 9 marzo, John Kay faceva notare come per creare e sviluppare un’impresa ci voglia una vita; e come le principali decisioni finanziarie personali abbiano un orizzonte lunghissimo: il risparmio per la vecchiaia, la casa, il futuro dei figli. Eppure vengono prese nell’incertezza più totale: basti pensare a quante volte negli ultimi 30 anni sono cambiate le imposte societarie, gli incentivi e tasse sulla casa o il regime previdenziale. La ragione è che oggi le politiche fiscali si fanno con tanti piccoli e continui cambiamenti, sempre perseguendo un obiettivo di cassa per i successivi 12 mesi: la politica dello “zero virgola”.

Oltre a imporre l’enorme costo dell’incertezza al Paese, una politica fiscale, per essere efficace, dovrebbe seguire visione strategica: riforme infrequenti, durature e con effetti economici rilevanti nel momento in cui sono attuate; cioè l’antitesi delle politiche allo “zero virgola”.

Facile obiettare che il vincolo dello “zero virgola” ci è stato imposto per vincolare governi miopi e scarsamente credibili. Ma con quali risultati? Prendiamo i conti nazionali 2011-15 appena pubblicati e guardiamo ai valori nominali, ovvero in euro, facilmente comprensibili perché espressi col metro con cui siamo abituati a valutare ogni cosa. Sono stati sei anni di drastici cambiamenti politici, crisi, manovre lacrime e sangue, riforme radicali? La spesa dell’amministrazione pubblica per stipendi e acquisti di beni e servizi è scesa nei sei anni di appena 3 miliardi: meno dell’1% dei 317 mila spesi nel 2011. Ma neutralizzati da un aumento di 3 miliardi delle uscite in conto capitale (l’aumento dei trasferimenti ha più che compensato la riduzione degli investimenti pubblici). Spending review, lotta agli sprechi? Zero assoluto. E la macelleria sociale? Le prestazioni sociali sono continuate ad aumentare, complessivamente di 28,5 miliardi; esattamente quanto l’aumento delle imposte (escluso i contributi sociali praticamente costanti): abbiamo dunque continuato ad aumentare le tasse esclusivamente per finanziare la crescita dei trasferimenti sociali. Sei anni di manovre e riforme sono riuscite a ridurre l’indebitamento pubblico di meno dello 0,85% del reddito nazionale del 2011; ma più della metà grazie a minori interessi sui titoli di stato.

Nel frattempo il reddito totale prodotto e consumato in Italia nel 2015, 1.636 miliardi, è rimasto pressoché identico a quello del 2011. Incidentalmente, una tragedia per i futuri pensionati: col sistema contributivo i loro versamenti sono capitalizzati al tasso di crescita del Pil nominale, ovvero zero virgola zero.

Battaglie politiche, riforme, manovre fiscali e cambi di governo. Ma noi siamo sempre allo stesso punto. E lo Stato ha continuato a incassare sempre più con la mano destra (le tasse) quello che distribuiva con la sinistra (le prestazioni). Sei anni buttati. Questa la realtà dei dati.

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