Il Manifesto del DoDo

La concorrenza basata sul merito e le pari opportunità, la trasparenza dei comportamenti, la chiarezza delle regole e il loro rispetto, dovrebbero essere alla base del corretto funzionamento di un’economia di mercato. Allo Stato il compito e il dovere di intervenire come arbitro imparziale per impedire abusi, eliminare handicap e privilegi, e sanzionare comportamenti scorretti. Ma solo questo.

Sembrerebbero anche i principi che la stragrande maggioranza degli italiani vorrebbe alla base del convivere nel nostro Paese; almeno, a parole. Perché allora una realtà così diversa? Penso di averlo capito leggendo una vecchia edizione di un classico della letteratura, Alice nel Paese delle Meraviglie.

«Facevano davvero una strana comitiva, riuniti lì sulla sponda: gli uccelli con le piume infangate, gli animali con il pelo tutto appiccicato addosso e tutti zuppi. “Volevo dire,” disse il Dodo in tono offeso, “che la cosa migliore per asciugarci tutti sarebbe una corsa stile Caucus”. “Che cos’è un Caucus?” domandò Alice “Be’,” disse il Dodo, “il modo migliore per spiegarlo è farlo”.

Per prima cosa, tracciò la pista, vagamente circolare (“la forma esatta non ha importanza”, disse) e poi tutta la comitiva vi fu distribuita un po’ qua e un po’ là. Non ci fu nessun “Uno due tre via!”, ma ciascuno partiva quando voleva e si fermava quando voleva, così che non era facile capire quando finiva la corsa. In ogni modo dopo una mezz’oretta che correvano o giù di lì, quando tutti furono di nuovo asciutti, il Dodo gridò all’improvviso: “Fine della corsa!” e tutti gli si affollarono intorno, ansanti, a chiedergli: “Ma chi ha vinto?”. A questa domanda, il Dodo non poteva rispondere senza una lunga riflessione, e rimase pertanto a lungo con l’indice premuto sulla fronte, mentre tutti gli altri aspettavano in silenzio. Finalmente il Dodo disse: “Hanno vinto tutti e tutti debbono ricevere un premio”. “Ma i premi chi ce li dà?” rispose un coro di voci. “Lei, naturalmente”, disse il Dodo, puntando il dito verso Alice; e tutti le si accalcarono intorno chiassosamente, gridando: “I premi! I premi!”.

Alice non aveva idea di cosa fare, e nella disperazione si mise una mano in tasca estraendone una scatola di canditi che distribuì come premi. Ce ne fu precisamente uno per ciascuno. “Ma anche lei deve avere un premio”, disse il Topo. “Certo” rispose il Dodo con gravità. “Cos’altro hai lì nella tasca?” continuò, rivolto ad Alice. “Solo un ditale”, disse triste Alice. “Dai qua” disse il Dodo. E di nuovo si affollarono intorno a lei mentre il Dodo le consegnava con fare cerimonioso il ditale scandendo: “Ti preghiamo di accettare questo elegante ditale.” Al termine di questo breve discorso, scrosciò un applauso generale. Ad Alice tutto ciò pareva assolutamente assurdo, ma gli altri avevano un’aria tanto seria che non osò ridere e non sapendo cosa dire si limitò a fare una riverenza e prendere il ditale, con l’aria più solenne che poté».

La corsa stile Caucus del Dodo è la più spassosa, dissacrante, accurata e penetrante rappresentazione di cosa sia il mercato in Italia. Dovrebbe essere una competizione, dove tutti partono sullo stesso piano, senza vantaggi o handicap; nel pieno rispetto delle regole, chiare e uguali per tutti; dove c’è un arbitro che punisce chi le viola; dove vince chi più lo merita; e chi perde, accetta la sconfitta, sicuro che non ci sono stati imbrogli o ingiustizie. La gara del Dodo invece, si basa proprio sull’assenza di regole: ognuno corre in circolo quanto e come vuole. Non c’è «Uno due tre via!», ma c’è chi parte prima, e chi dopo. Proprio come in Italia.

Non ci sono regole, tutti gli animali ne sono consapevoli; ma – attenzione – ciò nonostante sono perfettamente a proprio agio. Qualcuno borbotta o ridacchia: ma nessuno protesta. Le analogie continuano. Lo Stato che stabilisce le regole (il Dodo), lo fa in modo così astruso che il loro rispetto formale (perché gli animali rispettano le regole del Caucus!) appare, agli occhi disincantati di Alice, come un continuo abuso. Ma non è così per gli animali che vi partecipano. E anche quando deve imporre il rispetto delle regole (o non-regole) il Dodo lo fa in modo arbitrario e discrezionale: «Fine della gara!». Alla fine, non vince il migliore, ma tutti pretendono di vincere. In Italia tutti domandano a gran voce merito e concorrenza, ma pochi sono veramente pronti ad accettarne le conseguenze. Come una volta ha scritto Beppe Severgnini, gli italiani vogliono vincere, ma hanno paura di perdere: così preferiscono il pareggio.

La consapevolezza che il non-merito e la non-regola sono la regola, fa sì che si consideri ammanicato o imbroglione chi ha successo negli affari, e raccomandato chi fa carriera nel lavoro. Spesso è vero. Tutti borbottano. A parole, tutti si scandalizzano. Alice vorrebbe scoppiare a ridere di fronte a un tale circo. Ma l’aria severa e i gesti solenni del Dodo la ammutoliscono. E il Dodo è così preso dal proprio ruolo da dimenticarsi, e far dimenticare, di essere solo una comparsa in una farsa. Imprenditori, politici, banchieri, professori, giuristi, giornalisti: in Italia, tutti si prendono tremendamente sul serio, anche quando il farlo richiede di sacrificare una bella fetta di onestà intellettuale. Così, abbiamo manager e imprenditori che prosperano grazie a posizioni dominanti e rapporti privilegiati con lo Stato, ma che si ergono a paladini del libero mercato; banchieri che affollano i convegni sulla tutela dei risparmiatori, salvo poi spremerli; capitalisti che, insieme ai loro consulenti legali, tengono conferenze sulla corporate governance dopo aver calpestato i diritti dei propri azionisti; professori universitari e giornalisti che predicano la meritocrazia e meccanismi competitivi per la selezione della classe dirigente, dimenticandosi che a casa loro sono princìpi sconosciuti; sindacati, Confindustria, banchieri, ordini professionali, che agiscono sempre nel supremo interesse del Paese, anche se tutti sanno che la loro ragion d’essere è la difesa di precisi interessi costituiti; e politici che promuovono la propria personale influenza e potere economico nel nome del libero mercato o di un dirigismo illuminato, a seconda dei tempi.

E che dire dell’applauso generale per il solenne discorso del Dodo alla premiazione di Alice? A me fa venire in mente l’Assemblea di Confindustria o le Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia. Tanti anni fa, pensavo che prima o poi qualcuno avrebbe gridato «Il re è nudo!», gettando nello sconforto il Paese delle Meraviglie. Ma peccavo di ingenuità. Il mercato all’italiana va preso come il sogno di Alice: i sogni possono essere consolatori o spaventosi, ma non si possono cambiare. Vanno vissuti così come sono. Una volta sarei stato tacciato di qualunquismo; oggi probabilmente l’accusa è di pessimismo e catastrofismo. Ma cosa importa? Basta fare la riverenza fingendo l’aria più solenne che si può. Come Alice.

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