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Così la sinistra non vuole accettare le vere conseguenze del sì all’euro

Sè creata in una polarizzazione in Italia tra chi vede nell’euro la causa del malessere economico, e pensa sarebbe meglio farne a meno (uno su tre secondo l’Eurobarometro); e chi vuole ancora più integrazione e più poteri all’Europa per superare la crisi. I primi abbondano nell’antipolitica, tra i cosiddetti “populisti” e a destra. Sono gli Tsipras italiani: usano la retorica anti-euro per raccogliere consensi, ma non capiscono che una volta entrati, uscire dall’euro sarà sempre più costoso che rimanerci. Per i secondi, invece, l’euro è lo strumento per raggiungere lo zenit dell’Unione Politica dell’Europa: la bandiera della sinistra (Manifesto di Ventotene). Il meccanismo prefigurato è descritto da Guiso, Sapienza e Zingales (GSZ): «L’integrazione può creare il consenso politico per un’ulteriore integrazione, dove le crisi fungono da catalizzatore per trasformare il consenso in azioni di politica». E citano Prodi, che guidò l’ingresso dell’Italia nell’euro, per spiegarne la logica:«L’euro ci obbligherà a introdurre nuovi strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporli oggi. Ma un giorno ci sarà una crisi, e i nuovi strumenti saranno creati». Ultimo esempio: l’unione bancaria.

GSZ descrivono però anche un secondo meccanismo: «Bruciando i ponti alle spalle, l’integrazione può forzare una maggiore integrazione semplicemente perché non ci sono alternative. […] Le crisi possono servire da catalizzatore,[…] ma per far ingoiare scelte impopolari a cittadini riluttanti». È la strada seguita dai vari governi “tecnici”, propugnata dalle istituzioni europee, e condivisa da una larga fetta della classe dirigente: le riforme in Italia si realizzano solo in situazioni di emergenza economica. Manca il disegno politico della sinistra, ma risultato e modus operandi sono gli stessi: la struttura economica di un paese viene pensata e calata dall’alto, che sia lo strumento di un disegno politico o il frutto di una élite di tecnocrati.

E qui viene il problema. Chi vuole più integrazione pensa che la crisi dell’euro sia soprattutto una questione di domanda aggregata e di distribuzione del reddito e quindi propugna la politica fiscale unica. E’ vero che in una federazione le imposte servirebbero a sostenere gli Stati più poveri, attenuando l’opposizione all’euro. Ma la fenomenale crescita del partito anti-euro, e il crescente disagio della sinistra verso l’Europa “dei banchieri” discendono dal non voler capire che con l’euro si è perfezionata la liberalizzazione dei movimenti di capitale. E per i capitali conta solo la redditività degli investimenti; creando quindi una forte pressione ad aumentare l’efficienza delle aziende, riducendo le imposte, e quindi limitando lo stato sociale, liberalizzando il mercato del lavoro e dei servizi, ristrutturando il sistema bancario, favorendo le economie di scala con le fusioni transfrontaliere, privatizzando e abbattendo la burocrazia. In altre parole, più mercato e concorrenza; meno Stato, imposte, e vincoli all’iniziativa d’impresa. Politiche che il popolo anti-euro osteggia, ma che non appartengono neppure alla cultura della sinistra.

Il peccato originale è stato volere l’euro senza accettarne le inevitabili conseguenze. Un equivoco che fu alla base del rifiuto della Thatcher: «Non abbiamo ridotto i confini dello Stato, solo per vederceli reimposti dall’Europa». Infatti la Gran Bretagna ha perseguito un modello economico più di mercato: tra i principali paesi, ha le minori protezioni per il lavoro, il maggiore livello di concorrenza, la più bassa tassazione delle imprese, la maggiore apertura ai capitali esteri, la minor partecipazione pubblica nell’economia. La nostra affinità è invece con la Francia, perché più dirigista e statalista di noi.

Il futuro dell’euro passa per una maggiore dose di mercato. Ma temo che non sarà così, perché 20 anni non sono bastati alla sinistra e all’opinione pubblica, per capire l’equivoco di fondo:«Piaccia o no, con la liberalizzazione dei movimenti di capitale quello che conta è la redditività degli investimenti […] meglio per tutti quindi se la sinistra superasse rapidamente i propri problemi di identità per affrontare con decisione la liberalizzazione del mercato del lavoro e la riforma dello stato sociale. Prima che la delusione trasformi l’euforia di oggi nella rabbia di domani». Commentavo così, nel gennaio 1999, la nascita dell’euro (Euro, sinistra alla prova. Corriere della Sera). Nella retorica celebrativa di quei giorni sembrava una stecca.

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