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Carige, le sofferenze e la levata di scudi dei soliti noti contro il mercato

Un fondo, Apollo, ha fatto un’offerta per comprare i crediti deteriorati di Carige, svalutati rispetto al bilancio, e per sottoscrivere l’aumento di capitale imposto dalle conseguenti perdite. Ripulita e ricapitalizzata, tagliati i costi per 03aumentarne la redditività, Carige potrebbe giocare un ruolo attivo nel processo di consolidamento. Ecco la prova che una soluzione di mercato per la crisi delle banche esiste. E’ la stessa che auspicavo per Mps su queste colonne.

Invece c’è stata una levata di scudi contro lo straniero che porterebbe via Carige a prezzi di saldo grazie a una valutazione da strozzinaggio delle sofferenze. Dietro Apollo ci sarebbe la tecnocrazia europea che, imponendo alle nostre banche svalutazioni vessatorie, fa crollare i titoli in Borsa e le costringe ad aumenti onerosi, spalancando le porte agli speculatori. La stessa mano che ha imposto la svalutazione delle sofferenze a 18% per la bad bank, come dichiarato ufficialmente da Bankit (con un sorprendente scaricabarile); e l’aumento di capitale e tempi rapidi per lo smaltimento delle sofferenze nella fusione Bpm-B.Popolare.

Le critiche alla soluzione di mercato sono in gran parte pretestuose, tese a difendere interessi di bottega. La svalutazione delle sofferenze impone aumenti e fusioni, che rischiano di sottrarre il controllo sulle banche a quegli interessi locali, imprenditori, fondazioni, e sindacati, che lo hanno sempre esercitato con quote minime del capitale. Vale per l'”imprenditore” Malacalza in Carige, che vedrebbe andare in fumo milioni di euro faticosamente guadagnati con il raid sulla Camfin. Vale per sindacati e interessi locali nella fusione delle due Popolari. Così Ubi, convertitasi in Spa, ha subito raccolto 173 soci “bresciani” in un patto di sindacato. La paura è fare la fine di tante fondazioni e interessi locali del centro Italia, che hanno già visto svanire soldi e potere. Con sorprendente improntitudine Toti, governatore della Liguria, si è opposto ad Apollo per difendere il “radicamento territoriale” di Carige. Eppure la cronaca ci dimostra che la “difesa del territorio” spesso coincide con quella del credito facile per interessi particolari (parenti, sodali e amici di azionisti, amministratori, dirigenti e poteri locali). Inoltre, una banca, anche ripulita dalle sofferenze, spesso non ha una redditività adeguata. Una soluzione di mercato impone quindi esuberi, tagli di costi e sportelli: una prospettiva che terrorizza la classe politica. Ecco spiegata la sorprendente coalizione che si è formata tra politica, poteri locali, imprenditori, e banchieri, e che addita nell’Europa a guida tedesca la principale fonte della crisi bancaria; lanciando il Jiahd contro le soluzioni di mercato. Ci sarebbe una valida argomentazione contro la cessione delle sofferenze. Ma non oggi in Italia. Statisticamente il valore medio di recupero delle nostre sofferenze è di circa 36 centesimi, pari, per esempio, a quello di bilancio in Mps. Chi compra a 18 centesimi (valore di cessione alla bad bank) realizza pertanto un rendimento del 15% annuo se recupera i crediti in 5 anni; che scende al 9% se il tempo di recupero sale a 7 anni, o il prezzo a 20 centesimi. Da questo bisogna però sottrarre i costi per le procedure di recupero, e le commissioni di gestione: il rendimento finale per il fondo pensione, assicurazione o gestione che le finanzia, tenuto conto dell’illiquidità e dei rischi dell’investimento, é in linea con quelli di mercato. Immaginate di essere nei panni di quei pensionati, assicurati o risparmiatori: vi assumereste il rischio per meno? E’ normale che ci sia differenza tra valore di recupero (36 cent) e di cessione (20 cent). Se cedete un’auto usata a un concessionario, potete essere certi che la pagherà molto di meno del prezzo al quale la rivenderà poco dopo. Lo stesso vale per un quadro. O per le sofferenze: i prezzi a cui possono essere cedute, quindi, non sono da “saldo”.

La vera obiezione di un banchiere dovrebbe essere: se il rendimento sul recupero dei crediti è così elevato, perché cedere le sofferenze, tenuto anche conto che il margine sui nuovi crediti, compresso dal quantitative easing, è molto più basso? Logica, ma non da noi. Perché molte banche italiane non sono capaci di gestire i crediti deteriorati (infatti ne hanno una montagna). Perché il rischio delle sofferenze assorbe capitale, sottraendolo al nuovo credito senza il quale le banche non possono crescere. E perché gli interessi di bottega sono una barriera contro la ristrutturazione del sistema bancario così formidabile che solo le soluzioni di mercato possono abbattere.

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