Autorità inutili per investire meglio regole pubbliche e gestione privata

Gli italiani sono ormai convinti che gli investimenti pubblici vengono aggiudicati a chi ha i migliori agganci, o sono frutto di corruzione, costano sempre più del dovuto, richiedono tempi biblici, e magari alla fine sono inutilizzabili: l’eccezione è diventata la regola. Da anni sperpero e malaffare sono regolarmente documentati da inchieste giornalistiche, libri e programmi Tv; ma quella della denuncia rischia di diventare un’industria a sé, che non genera idee e proposte di soluzioni efficaci. Non lo sono quelle adottate finora. La prima è quella politica: il potere corrompe, quindi bisogna mandare a governare l’opposizione “più onesta e capace”; o, meglio ancora, cambiare tutta la “classe politica”. Sappiamo come va a finire. La seconda è quella giudiziaria. Ma i giudici perseguono l’illegalità, mentre l’inefficienza può essere legale; e intervengono solo a illecito commesso, su una situazione ormai degenerata. Non sono quindi una soluzione perché il problema è a monte.

La terza è amministrativa: si crea una nuova burocrazia (un’Autorità), si attribuiscono poteri speciali a qualche figura (Commissario, Prefetto), o si crea un nuovo ente. Una surroga dell’amministrazione pubblica: l’ammissione che il problema del suo malfunzionamento è endemico e irrisolvibile. Senza alcuna garanzia che la nuova burocrazia funzioni meglio di quella surrogata. La quarta: ancora nuove leggi e regolamenti. Come quella sugli appalti. Incomprensibili (volutamente?) per i non “addetti ai lavori”. Certamente qualcosa di buono ci sarà. Ma cercando di leggerla mi sono venuti in mente i concorsi universitari. Ho perso il conto di quante volte sono state cambiate le regole, e delle proposte di riforma, negli ultimi 40 anni (la mia memoria storica), ma mi sembra che non sia cambiato granché. Perché il difetto sta nel manico: fino a quando le singole università, facoltà e professori non sopporteranno direttamente le conseguenze di scelte che non seguono criteri squisitamente meritocratici (perdendo studenti, finanziamenti, reputazione, prospettive di carriera, stipendio, o posto di lavoro), non c’è legge che tenga. È un problema intrinseco al pubblico: chi decide lo fa coi soldi degli altri, e non c’è relazione tra le sue prospettive di reddito e carriera e il valore della sua decisione. Non esistono soluzioni facili, ma bisogna cercarle in cambiamenti radicali del “manico”. Quattro indicazioni concrete.

  1. Si sono trasferiti poteri di spesa a Regioni e Comuni, ma non è stato loro imposto di assumersene la responsabilità, continuando a finanziarli con trasferimenti dallo Stato: o si decentra anche il potere impositivo, o si riportano al centro funzioni e decisioni di spesa. Il problema del “federalismo” deve rientrare nell’agenda della politica.
  2. Privatizzare il possibile. Il privato non è esente da problemi; ma per lo Stato è più facile regolamentare che gestire direttamente. Per quanto criticabile sia il sistema tariffario, è meglio delegare costruzione e manutenzione delle strade a concessionari che farle gestire all’Anas. Privati regolamentati sono più efficienti nel gestire poste, ferrovie, lotterie, tabacchi, elettricità rispetto a enti pubblici in monopolio.
  3. Separare la decisione di investimento, che appartiene all’area pubblica, dall’intero processo esecutivo (progettazione, selezione di imprese e fornitori, gestione dei contratti, controllo avanzamento lavori e standard di qualità): per questo ci sono società specializzate nel mondo, e se ne potrebbero creare altre che costituirebbero un albo nazionale al quale ogni ente o amministrazione pubblica si dovrebbe rivolgere obbligatoriamente. Tante Consip private per gli investimenti pubblici. Meglio gestire le tariffe di poche grandi entità, che non lasciare il potere gestionale di processi articolati, complessi, e potenzialmente fonte di corruzione in mano a una miriade di amministratori pubblici.
  4. Istituire un revisore contabile della spesa pubblica, indipendente dal Governo. Non l’ennesima Autorità o magistrato, ma un vero revisore dei conti pubblici che certifica la regolarità delle poste di bilancio e verifica il rispetto delle regole contabili e contrattuali da parte di tutte le amministrazioni pubbliche. Per gli eventuali errori, irregolarità o illeciti c’è la giustizia ordinaria. La Corte dei Conti andrebbe soppressa per manifesta inutilità. Tribunali amministrativi, radicalmente riformati. Dovrebbe essere il primo capitolo della prossima spending review.

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