Autorità, governo manager e veti locali tanti ostacoli su Mps e sulle altre banche

Pare ci siano molte manifestazioni di interesse per l’acquisto delle 4 Good Banks (4GB) emerse dai recenti dissesti. Il Fondo di Risoluzione le valuta 1,8 miliardi, pari al patrimonio conferito. Con questa cifra si comprano 28 miliardi di raccolta, 26 di crediti (1,5 di sofferenze garantite dalla bad bank), e 4 di liquidità. Tutta Mps, però, vale appena 1,5 miliardi in Borsa, e con un’Opa da 1 miliardo, per esempio, si potrebbe acquisirne il controllo. Ma Mps ha 3,6 volte i crediti in bonis di 4GB (4,1 volte a sofferenze svalutate); 4,2 volte la raccolta; e 6,7 la liquidità. Oltre a 100 miliardi di risparmi in gestione. In conti non tornano.

Quindi, o (1) nessuno offrirà mai 1,8 miliardi per le 4GB; o (2) dobbiamo aspettarci un’Opa su Mps. Penso che: la (1) sia vera, e il conto per il Fondo di Risoluzione sarà salato; e la (2) sia falsa, dimostrando che c’è qualcosa di sbagliato nella governance del nostro sistema bancario. Un’Opa su Mps sarebbe una soluzione efficiente di mercato. La banca ha un capitale azionario (Core Tier 1, senza subordinati e ibridi) di 8,5 miliardi, pari al 12% delle attività pesate per il rischio: più di quanto richiesto dalla Bce. Il problema, dunque, non è la solvibilità. Né la liquidità o la struttura finanziaria. Con una liquidità dichiarata di 24 miliardi, un’ipotetica erosione degli 88 miliardi di depositi e pronto/termine coi clienti non sono un rischio. E la struttura finanziaria è bilanciata: a fronte di 35 miliardi di titoli negoziabili, ce ne sono 16 di debiti finanziari (negoziabili) e 9 di esposizione netta sull’interbancario. Il problema sono i crediti deteriorati. Ma diverse le soluzioni possibili. Per esempio, conferirli tutti in un veicolo proprio che avvia un programma di cartolarizzazioni usando la nuova garanzia di stato. Le sofferenze sono già svalutate a 36 centesimi, e gli altri crediti deteriorati a 65 centesimi, entrambi in linea coi valori di recupero stimati da studi recenti. Circa la metà sono mutui, e la nuova legge riduce i tempi di recupero delle garanzie. Si potrebbe così conferirne il 70% nel veicolo ai prezzi di bilancio, e pagare la garanzia allo Stato (per tre anni, ipotizzo 600 punti up front); e il rimanente 30%, la tranche rischiosa, svalutandola drasticamente: sofferenze a 18 centesimi (come le 4GB) e il resto a 50 centesimi. La perdita contabile complessiva sarebbe di 2,4 miliardi. Mps non potrebbe però deconsolidare i crediti del veicolo, riducendo in questo modo l’attivo rischioso. La perdita imporrebbe quindi di ricostituire i coefficienti patrimoniali. L’ipotetico scalatore, per esempio, potrebbe lanciare un’offerta per convertire in azioni i 2,8 miliardi di subordinati, offrendo un premio rispetto al loro prezzo attuale di mercato (tra 50 e 60 centesimi): si riporterebbe il Core Tier 1 tra il 12% e il 14%. Si potrebbe anche ridurre la posizione in titoli, e tagliare i costi.

Mps sarebbe una banca solida, ripulita definitivamente, redditizia, quotata e con una quota rilevante di mercato: almeno la metà del capitale tangibile lo dovrebbe valere (quanto Bpm; molto meno di Intesa). E l’ipotetico speculatore triplicherebbe il miliardo investito. E’ solo un esercizio numerico. Ma perché non si fa avanti nessuno?

Non gli stranieri, soprattutto i fondi e i non europei: non capiscono come si fa a trattare contemporaneamente con tre autorità (Bce, Bankitalia, Consob), che spesso dissentono tra di loro; o perché si debba farlo col Governo, anche se Mps è privata e quotata; o con i sindacati, le associazioni dei consumatori e il “territorio”, che non sono azionisti. Un pericoloso pantano.

Certamente non le popolari del risiko. Basta vedere la trattativa per la fusione tra Bpm e B.Popolare. Invece di trasformarsi in Spa, per poi lanciare le fusioni sul mercato, prima negoziano e poi eventualmente si convertono, per non ledere posizioni di potere e diritti di veto garantiti dal voto capitario. La trattativa verte poi sulla riduzione dei consiglieri dagli attuali 47 a 19 (e la Bce ne vorrebbe 15); sull’ autonomia per Bpm Spa, antitesi della fusione; e la garanzia che non ci sarà un aumento di capitale, che metterebbe a rischio il potere di chi comanda senza capitali. Per loro OPA significa Offerta Previo Accordo. Gli altri: Unicredit deve fare ancora i compiti a casa propria, Intesa ha già la pancia piena di commissioni, e Cassa DDPP fa la vestale dell’italica tradizione delle operazioni di sistema. Magari arrivasse una svolta da uno dei famosi tweet di Renzi: #OpaMps mostly welcome.

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